Sogno un mondo così. Di genitori consapevoli. (Non perfetti, semplicemente consapevoli.)

Essere genitori, che roba!

Niente ci può preparare a ciò che significa veramente essere genitori. Impariamo l’arte durante il cammino, riscoprendo e affidandoci alle nostre risorse interiori, incluse quelle che non sappiamo nemmeno di avere. Essere genitori è un lavoro interiore, costante e profondo. Ed è necessario vivere il ruolo di genitori per sapere davvero che cos’è.

Nella mia esperienza personale sono stati proprio i miei figli ed il mio rapporto con loro a costringermi a fare i conti con me stessa, a dovermi mettere in discussione, ad interrompere quella lotta impari tra l’immagine di madre perfetta che avevo idealizzato e quella imperfetta, fallibile, che ogni tanto continuo ad essere. E che ho imparato ad accettare con maggior indulgenza e senza pretesa. I miei figli mi hanno resa vulnerabile come non lo sono mai stata, mi ha richiesto di diventare responsabile, mi ha posto sfide mai incontrate prima, hanno distolto il mio tempo e la mia attenzione da altre cose, inclusa me stessa. Ma, allo stesso, è a me stessa che mi hanno inevitabilmente riportata. E mi riportano ogni singolo giorno.

Che è così che succede, un po’ a tutti, vero?

Noi genitori nutriamo enormi aspettative sulla vita dei nostri figli, sin dal momento del loro concepimento. Diciamocelo in tutta onestà, dalla scoperta del loro arrivo, iniziamo a fantasticare sul loro futuro: per loro sogniamo il meglio, una vita serena e ricca di successi. Ai nostri figli auguriamo di sfuggire alle difficoltà ed ai problemi, desideriamo che loro possano evitarsi dolori e sofferenze di qualsiasi genere. Egoisticamente, auspichiamo anche che mettere al mondo dei figli possa in qualche modo migliorarci la vita, ci faccia sentire meno soli, ci renda adulti migliori, più completi e realizzati.

Tramite i nostri figli poi speriamo e ci illudiamo anche di chiudere i conti con le ferite della nostra infanzia: chi di noi non ha mai detto, o pensato almeno una volta, di voler risparmiare ai nostri figli tutto ciò che più ci ha fatto male quando eravamo bambini? Il tutto accompagnato da quell’incauta promessa di non voler emulare alcuni degli stili educativi con cui siamo stati cresciuti, amati e anche protetti, ma in cui oggi, da adulti, non ci riconosciamo più.

Perché è così che funziona, che ci piaccia o no. Diventiamo genitori con un bagaglio importante: quello che ci portiamo dalla nostra infanzia, dalla nostra famiglia di origine, e che ci ha enormemente condizionato nel corso della nostra vita. In questo nostro bagaglio personale ritroviamo le esperienze che abbiamo vissuto, le persone e le relazioni che sono state significative per noi quando eravamo bambini, i ricordi felici o dolorosi che hanno accompagnato la nostra crescita, così come le nostre paure e le nostre emozioni. E se guardiamo ancor con più attenzione, nel nostro bagaglio personale ritroviamo anche le modalità con cui i nostri genitori ci hanno insegnato ad affrontare le paure che abbiamo provato, le emozioni che abbiamo sentito, riconosciamo i valori, le convinzioni e le credenze che ci hanno trasmesso, quei modi di dire e di fare che hanno di finito per condizionarci, gli automatismi ed i codici di comportamento che oggi ci guidano nella vita.

Ad alcuni di noi, poi, può essere che la propria storia personale abbia portato anche ad adottare dei veri e propri meccanismi di difesa, che ci hanno in qualche modo protetti dall’esposizione a vissuti emotivi troppo dolorosi, finendo per minimizzarli o comunque non riconoscerne la portata e le conseguenze nella vita adulta. In altri casi ancora, quando le ferite dell’infanzia sono state così dolorose da risultare intollerabili alla nostra mente e al nostro cuore, abbiamo finito per relegarle in qualche angolo oscuro della nostra coscienza, arrivando al punto di dimenticarcene e rendendole totalmente inaccessibili persino a noi stessi.

Ma è proprio quando pensiamo di essere diventati adulti e di aver superato quei momenti bui o di terrore, e di aver sigillato la nostra maturità con l’arrivo di un figlio, ecco che queste ferite tornano a farsi sentire, in particolare proprio nella relazione con i nostri figli. Già, perché quelle ferite, così dolorose non si cancellano, ma continuano ad agire, silentemente e subdolamente, dentro di noi.

Avendo provato, più o meno inconsapevolmente sulla nostra pelle, quanto un bambino possa essere influenzato dai propri genitori sin dai suoi primi istanti di vita, ogni genitore fa allora i conti con i dubbi e le profonde paure rispetto agli esiti che un proprio atteggiamento può avere, e di certo avrà, nella vita del proprio figlio. Talvolta la consapevolezza delle conseguenze del proprio agire porta a muoversi con maggiore cautela; altre volte, invece, facciamo comodamente finta di niente e finiamo per non badare troppo agli effetti derivanti dagli stili di vita e dai valori che portiamo nell’educazione dei nostri figli. Salvo poi lamentarci di queste nuove generazioni.

E però, come dire, sotto un pero non trovi mele, si dice qui in Valsassina. Teniamolo a mente.

Scoprire, riconoscere che è possibile essere stati in qualche modo feriti nella propria infanzia, che ognuno di noi ha delle ombre che tenta di nascondere, è il primo passo per liberarci. Da ciò che ci ha fatto male, da ciò che abbiamo ereditato dalla nostra famiglia sotto forma di convinzioni e pensieri, e che ci sta boicottando, limitando, condizionando. Diventare consapevoli di chi siamo, della nostra storia e di come questa agisca ancora attraverso di noi è il punto di partenza imprescindibile. Il passo successivo è smettere di identificarsi con le proprie sofferenze o le proprie convinzioni: noi non siamo le nostre ferite, non siamo i condizionamenti che abbiamo ricevuto. Non siamo nemmeno il dolore che ci portiamo dentro. Smettiamo dunque di giudicarci, condannarci o vittimizzarci per quello che abbiamo passato. Smettiamo anche di prendercela con chi ci ha ferito. E di proiettare all’esterno la responsabilità della nostra vita. Riprendiamocela tra le mani!

Che prendendo consapevolezza di chi siamo, come agiamo, cosa ci muove, il senso di ciò che viviamo, possiamo liberare tutta quella energia che prima serviva per reprimere e nascondere il dolore o la paura, e che ora invece è a nostra disposizione per creare la vita che vogliamo. Per essere realmente noi stessi.

E allora sono fermamente convinta che sia sempre più fondamentale che noi genitori diventiamo consapevoli di noi stessi (in realtà che lo diventiamo tutti…).

Perchè diventare, anzi, essere genitori è la preziosa occasione di contribuire a costruire un mondo migliore, crescendo figli che si trasformino pian piano in adulti a loro volta più consapevoli e liberi da condizionamenti limitanti. E anche se, come dice Douglas, è più facile costruire bambini forti piuttosto che aggiustare adulti rotti, mi piace pensare che lavorare con adulti forse un po’ ammaccati, ma ancora in tempo a rimettersi in forma, possa contribuire a crescere bambini, ovvero gli adulti di domani, più sereni, liberi e realizzati. E se da adulti i nostri figli non avranno bisogno di rivalersi del passato, potranno di certo vivere pienamente il loro presente.

Ognuno di noi, diciamocelo, è qui per realizzare se stesso ed essere felice. E dunque la strada non può che partire proprio da noi stessi: più, a livello personale, riusciamo a liberarci da tutto ciò che ci limitasiamo appagati, realizzati e felici, più ci sembrerà, come genitori, di riuscire ad avere più pazienza, a dare e ricevere più amore e dolcezza, ad arrabbiarci di meno, ad essere più empatici, più disponibili, più compassionevoli e comprensivi. E più vedremo crescere i nostri figli sereni, in armonia, realizzati.

Nell’espressione più autentica di ciò che sono.

Teniamocelo ben in mente: i nostri figli ci donano la preziosa opportunità di condividere le vibrazioni della vita in modi che non potremmo mai conoscere se loro non facessero parte della nostra vita. Ripaghiamoli, in qualche modo.

Per esempio, donando loro dei genitori felicemente consapevoli.

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