Da crisalide a farfalla. Iniziando a volare.

Quando vediamo tutto nero intorno a noi, compresi noi stessi, immaginiamoci dentro un bozzolo. E di essere una crisalide.

Finché restiamo nel bozzolo e continuiamo a vedere, o a non vedere insomma, le cose nello stesso modo, a sentirci nello stesso modo, a provare le medesime emozioni e gli stessi sentimenti, è come se fossimo completamente immobili. Come se fossimo imprigionati in un copione che ci appare immutabile. Finendo in qualche modo per abituarci ad esso e a ciò che prevede. Per noi e per la nostra vita. Salvo poi sentirci soffocare.

Pensiamoci un momento. Quando nella nostra vita accade qualcosa che ci sconquassa un pò, siamo in qualche modo abituati a sentirci delle vittime. Oppure in colpa. Della vita, di qualcuno, talvolta di noi stessi. E lo siamo a tal punto che spesso finiamo per scegliere di reggere il senso di colpa o di adagiarci nel ruolo di vittime piuttosto che affrontare la paura di trasformare ciò che non va nella nostra vita. Vero?

Come se il senso di colpa, così come anche il vittimismo, fossero una sorta di copertura per la paura di avventurarci in qualcosa di nuovo. E lo stesso vale anche per chi sceglie di aderire al ruolo del salvatore. Degli altri, del mondo intero. Ma mai di se stesso. Ritrovandosi però ripetutamente a vivere e rivivere situazioni basate sul medesimo copione, quelle esperienze che ciclicamente tornano a bussare alla nostra porta, sotto forme diverse, con volti e sembianza differenti, in avvenimenti e storie diverse, che sembrano gridarci, sempre più a gran voce: “Hey, tu! Sai che forse è bene che inizi a rivolgere lo sguardo da un’altra parte? Che forse non sono gli altri, o il mondo intero, e nemmeno Dio, ad avercela con te. Che forse è ora di fare qualcosa di diverso, di nuovo. Riportando i tuoi occhi a te stesso. In te stesso”

Nel tuo bozzolo. Come se fossi una crisalide.

Come se i ruoli a cui decidiamo di aderire e quei copioni che scegliamo di recitare in realtà fossero un tentativo, talvolta maldestro, di nascondere quegli aspetti di noi che non ci piacciono e che quindi disconosciamo, rifiutiamo, allontaniamo dalla nostra stessa coscienza. E dalla nostra vita. (Salvo poi tornarci indietro come un boomerang…). Quelle parti di noi che finiamo per chiamare la nostra “ombra”, che rappresenta quel tanto temuto lato oscuro di noi, quella parte che non vogliamo vedere o che non avremmo mai voluto riconoscere come nostra. Quegli aspetti, che stonano così tanto con l’immagine che abbiamo (costruito) di noi stessi e che dunque tendiamo a giudicare aspramente. Soprattutto quando li riconosciamo riflessi negli altri. Confondendo l’oscurità dell’ombra come qualcosa di altamente negativo, da evitare come la peste, piuttosto che semplicemente qualcosa da conoscere, accettare ed integrare.

Ma più reprimiamo le nostre parti “buie”, più le rendiamo pericolose. Perché fino a che non le abbiamo viste, accettate e integrate in modo consapevole dentro di noi, diamo loro il potere di irrompere nella nostra vita. E di farlo quando meno ce lo aspettiamo. Quando ci autoaccusiamo e quando ci giudichiamo, quando ci sentiamo in qualche modo responsabili o vittime delle vicende negative che viviamo. Quando proviamo quel profondo senso di colpa, o di vergogna, di paura. Di rifiuto, o di ingiustizia. E continuiamo ad essere in qualche modo portati a credere nella punizione, nostra o di altri, il mezzo per espiare quelle che crediamo essere le nostre o altrui colpe. Come se, più ci crediamo colpevoli o vittime delle circostanze, più attiviamo lo stesso tipo di situazioni dolorose, per rinforzare quel copione che, più o meno inconsciamente, abbiamo scelto di interpretare. E più accusiamo noi stessi o qualcun’altro di qualcosa, più attiriamo a noi situazioni ed esperienze che ci confermano quelle stesse accuse. E finiamo per sentirci colpevoli di qualcosa. O vittime di qualcos’altro. E non ne usciamo più.

Le esperienze che attraversiamo, così come le relazioni che tessiamo, in realtà ci portano un dono immenso: quello di svelarci a noi stessi, di rivelarci chi siamo, costringendoci, più o meno con le buone maniere della Vita, a lasciare andare quelle resistenze, quei muri, che intercorrono tra l’illusione di chi crediamo di essere e l’autenticità della nostra vera natura. Ed è allora l’attaccamento al personaggio che non vogliamo lasciar morire l’unico vero motivo per cui tutto appare faticoso, estremamente difficile, se non quasi impossibile. Finendo però per sentirci in prigione. E reclamando a gran voce la Libertà.

Ma la vera libertà non ha nulla a che vedere con il fingere di essere qualcuno che non siamo. La vera libertà fa rima con autenticità e riguarda l’onestà totale, radicale, verso gli altri, verso la vita ma soprattutto verso noi stessi. Pensiamo per esempio ai più famosi supereroi di sempre. Ognuno di loro ha dei super poteri, così come anche delle debolezze: Achille aveva il famoso tallone, Superman poteva essere sconfitto dalla criptonite, Spiderman era decisamente maldestro nella vita di tutti i giorni. E allora bisogna imparare a guardare alle nostre debolezze, alle nostre fragilità, così come alle nostre ombre, in modo diverso, rinnovato: se un pesce venisse giudicato dalla sua capacità di salire sugli alberi verrebbe giudicato un idiota, diceva Einstein. Ma un pesce è semplicemente se stesso e non potrebbe essere altro. Siamo tutti, nessuno escluso, semplicemente imperfetti, ma riconosciamoci che stiamo facendo del nostro meglio sulla base degli strumenti e delle conoscenze di cui disponiamo. In questo momento. Come dire, ognuno di noi è in realtà perfetto. A modo suo.

Vorrei che questo fosse davvero chiaro: è soltanto quando accettiamo pienamente noi stessi e gli altri, al di là di ogni giudizio, nonostante i nostri ed i loro errori, i nostri e le loro fragilità, riconoscendo la nostra e altrui sacralità, che possiamo instaurare relazioni autentiche, intime, fondate sulla reciprocità.

E allora, l’unico vero sacrificio richiesto, se sacrificio si può chiamare, è proprio questo: entrare in noi stessi, nel nostro bozzolo, abbandonare le vecchie credenze, le regole che ci siamo imposti, il copione che abbiamo scelto di recitare, il punto di vista da cui giudichiamo la vita e il mondo, per permettere al nuovo di entrare. Aprire il nostro cuore e affrontare con gentilezza e coerenza, con dolcezza e fermezza, le nostre paure più profonde e le nostre resistenze e scegliere consapevolmente di abbracciare la vita. Pienamente e consapevolmente.

Ed allora non stiamo cambiando perché siamo costretti a farlo, sulla base di bisogni, legate alla mera sopravvivenza o alla paura. Ma scegliamo consapevolmente di trasformarci, ne sentiamo il desiderio. Cambiamento e trasformazione hanno sfumature di significati diversi. Dal dizionario, cambiamento è sostituzione o avvicendamento che riguarda in tutto o in parte la sostanza e l’aspetto di qualcosa o di qualcuno. Trasformazione invece è mutamento più o meno evidente di forma. Si può allora cambiare indirizzo, città, colore dei capelli. Il tempo cambia. Nella trasformazione, invece, la sostanza non cambia; o meglio, può essere soggetta a variazioni, a ricombinazioni, aggiunte, perdite. Ma c’è un nocciolo, un filo che, pur nel cambiamento, resta lo stesso. Ed è la nostra natura più autentica.

Proprio come una crisalide. Che si trasforma, e non si cambia, in farfalla. E allora, scegliamolo. In ogni momento della nostra Vita.

Di trasformare se stessi. Da crisalide a Farfalla.

Libera di dispiegare le sue ali.

E di iniziare a volare.

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